Apprendo grazie a Facebook!

Una sola domanda ronzava nella testa: è possibile apprendere attraverso i social? Bisogna restringere il campo, perché i social davvero sono tanti, scelgo il campo: facebook. 

  1. Che cosa si apprende grazie Facebook?

Dopo aver letto gli articoli  L’italiano s’impara con Facebook  e A lezione da Facebook per imparare la vita social  ho sentito l’esigenza di riflettere sulle parole di Mark Zuckerberg, ormai sette anni fa, «stiamo andando verso la costruzione di una rete web dove la condizione di base sarà quella sociale» (BBC News, 2010). Pedagogisti ed educatori ritengono che oggi i social media siano in grado di offrire alternative all’offerta formativa scolastica e addirittura universitaria rispetto alle ormai consolidate modalità di apprendimento: infatti, basti pensare al fatto che chiunque usi il social network  sia un prosumer piuttosto che consumer, ossia partecipino attivamente alla produzione di conoscenza.  Secondo Lee e McLoughlin, l’apprendimento dovrebbe essere un «processo sociale partecipativo» che sostiene gli obiettivi e i bisogni della vita di ciascuno*. Molti pedagogisti, perciò, iniziano a sostenere che i social media possano essere usati a sostegno di quello che Goodyear e Ellis chiamano «apprendimento serio centrato sullo studente»**. Piattaforme come Facebook, YouTube e Twitter, incontrano queste teorie, non fosse altro che per la conformazione tecnologica di rete sociale, orizzontale. Ma è davvero possibile apprendere attraverso un social network come Facebook?images.jpg

Purtroppo ancora non riesco a rispondere a questa domanda, ma posso piuttosto segnalarvi i risultati delle mie ricerche:

Studiare l’arte con Facebook 

Studiare su Facebook si può: chiamatelo “social learning”

Studiare Facebook aiuta a capire la fisica quantistica

Facebook si può usare a scuola, ma solo per studiare Storia

4 Idee per Studiare su Facebook

 

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*cfr. http://www.isetl.org/ijtlhe/pdf/IJTLHE395.pdf 

**cfr. R. A. Ellis and P. Goodyear, Students’ Experiences of e-Learning in Higher Education: The Ecology of Sustainable Innovation,  Routledge 2009.

Torniamo a studiare!

Come si torna sui libri dopo aver trascorso una magnifica estate? Come si può pensare alla scuola se abbiamo fatto le migliori esperienze della nostra vita? Come si può andare a scuola ancora con questo caldo?

Tutto si può fare, solo se si vuole. Si può fare qualcosa per incentivare la nostra voglia di studiare:

  1. pensare allo studio come un’attività piacevole. Sembra effettivamente una gran c*******, ma se si considera lo studio come un’attività divertente non risulta un peso farlo. Per questo motivo, create un ambiente confortevole, stillate un programma con le cose da fare e mettete della musica di sottofondo, la vostra concentrazione migliorerà di gran lunga;
  2. mangiare qualcosa di proteico prima o dopo lo studio, che ci fa consumare energia. Uno spuntino leggero, tra una materia e l’altra, produrre energia e apprendere meglio;
  3. individuare un metodo di studio adeguato. Questo argomento verrà approfondito successivamente in modo adeguato;
  4. considerare il tempo a disposizione;
  5. “capisco per imparare” deve essere il mantra della tua crescita culturale. Credere nella tua crescita, significa puntare su te stesso: pensa per una volta che hai tutto il tuo futuro tra le mani e che puoi fare grandi cose.maturita-2017-quando-iniziare-a-studiare.jpg

Debito formativo

Il debito formativo è la paura più grande per gli studenti delle scuole medie di secondo grado (o scuole superiori). Si chiama così quella insufficienza non recuperata o una serie di lacune che uno studente non ha colmato durante l’anno in uno a più materie. Nel caso in cui ci fossero lacune in più di tre materie,  si verrebbe automaticamente bocciati. 

In altri termini:

Il 42 per cento degli studenti viene promosso con debiti e solo 1 su 4 li recupera. È compito delle scuole mettere in campo, nel corso di tutto l’anno scolastico, interventi didattici ed educativi volti a far superare agli studenti le insufficienze che rischiano di compromettere il proseguimento dei loro studi. Il Decreto Ministeriale 80 del 3 ottobre 2007 indica modalità, strumenti e risorse per un’organizzazione efficace del recupero scolastico.
cit. http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/famiglie/carenze-formative

Purtroppo il pericolo bocciatura non è del tutto scampato con il debito formativo: nel caso in cui non si superi l’esame di riparazione si verrà bocciati.

Ora è chiaro che il debito formativo è una prova seria che merita di essere affrontata con impegno e coraggio. Ma quanto dipende dallo studente? Lo studente, per non prendere il debito, ha davvero fatto tutto ciò che doveva?

Per avere la Giusta Distanza (*) dalla situazione è il caso di porsi le seguenti domande:

  1. Ho davvero studiato tutto l’anno scolastico?
  2. Mi sono davvero impegnato in questa/e materia/e?
  3. Ho sempre fatto il mio dovere?
  4. Ho un metodo di studio adeguato per studiare questa/e disciplina/e?
  5. Ho chiesto al professore quali fossero le mie lacune?
  6. Ho approfondito tutti gli argomenti?
  7. Ho imparato davvero tutte le regole?
  8. Mi sono comportato in modo educato e corretto nei confronti dei miei compagni e dei docenti?
  9. Sono interessato sul serio a questo tipo di studi?
  10. Ho capito che cosa il professore mi richiedeva? Ho chiesto spiegazioni?

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Ti invito a riflettere su questi punti e ti ricordo che tu, studente, sei una mente pensante capace di decidere del tuo avvenire autonomamente. Ti invito a riflettere sulla costruzione di te stesso e di puntare sulla tua crescita personale. Non te ne pentirai.

 

A presto

La prof.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutorial per imparare online il cinese, funzionano?

I tutorial abbondano su ogni argomento, ma funzionano davvero?maxresdefault.jpg

A volte si a volte no: cosa determina il successo di un tutorial? La personale voglia di apprendere. Infatti alcuni tutorial, ben organizzati e molto esplicativi, possono non essere seguiti, invece altri, caotici e chiacchiericci, sono apprezzati e condivisi. In altri termini: l’utente che naviga su internet, se vuole imparare a basso costo, cerca tutorial che gli siano utili per imparare quanto desidera imparare. “Oggetto di desiderio” della navigazione internet è il cercare tutorial, che aiutino ad imparare le lingue moderne. 

Vi segnalo i canali youtube che ho consultato io per conoscere un po’ da vicino la lingua cinese:

 

Alla prossima.

La prof.

Imparo con youtube

Youtube sta diventando la nuova Tv ed è difficile farne a meno. Ma che cosa è youtube?

YouTube è una piattaforma web, fondata il 14 febbraio 2005, che consente la condivisione e visualizzazione in rete di video (video sharing). Gli utenti possono anche votare e commentare i video. Sul sito è possibile vedere videoclip, trailer, video divertenti, notizie, slideshow e altro ancora. Nel novembre 2006 è stato acquistato dall’azienda statunitense Google per circa 1,7 miliardi di dollari.[1] Attualmente secondo Alexa, è il secondo sito web più visitato al mondo, alle spalle solamente di Google.[2] L’azienda ha sede a San Bruno, in California, ed utilizza i tag standard di HTML5 nelle nuove versioni dei browser (Adobe Flash Video in quelle più vecchie) per visualizzare una vasta gamma di video dai singoli utenti, anche se le società dei media (CBS, BBC, Rai, Vevo) ed altre organizzazioni offrono parte del loro materiale tramite il sito, come sottoscritto nel programma di partenariato di YouTube; il partenariato, inoltre, permette agli utenti con un margine di utenza elevato di ottenere una ricompensa in denaro in cambio della sponsorizzazione.

Wikipedia

Vi segnalo i canali utili per imparare argomenti diversi:

1. Treccani Scuola (https://www.youtube.com/channel/UCZTPemJj_RULY9L_rnpGgEQ)

Un canale variegato, ricco di spiegazioni sullo scibile umano. Molto ben realizzati, i video possono essere utilizzati durante una giornata scolastica perché consentono attraverso l’interattività di approfondire argomenti di diverse materie (italiano, matematica, fisica, filosofia, storia, latino ecc.)

2. Rick DuFer (https://www.youtube.com/channel/UCKoFUWEIFF33-92tBA0Cvzg)

Nato nel 2014, per essere un canale di filosofia ha davvero molti scritti. Live interessanti e video tematici permettono la comprensione di argomenti difficili “da digerire”. “Un filosofo su youtube entra per raccontarti le idee”, dice l’autore nel trailer. Questo canale è utile per comprendere l’attualità della filosofia ai tempi di youtube con la possibilità di dialogare sopratutto durante le live.

3. TED-En (https://www.youtube.com/channel/UCsooa4yRKGN_zEE8iknghZA)

Canale in lingua inglese che può essere utilizzato durante le lezioni CLIL. I video, creati con animazioni essenziali ma avvincenti, sono utili per ampliare le proprie conoscenze e maturare il lessico in lingua inglese. La playlist fornisce una panoramica generale di tutti gli argomenti trattati.

4. Insegnanti 2.0 (https://www.youtube.com/user/insegnanti2punto0/feed)

Un canale di circa tre anni, raccoglie gli incontri degli insegnanti che intendono utilizzare in modo consapevole e professionale le tecnologie digitali. Anche se non aggiornato può essere utile per tutti i colleghi per conoscere le iniziative e per interrogarsi sulla necessità e utilità dell’utilizzo delle nuove tecnologie al servizio dell’insegnamento.

5. Mi dicono che (https://www.youtube.com/channel/UCZXOmvNIxWe5nkEZggIsltQ)

(Giudizio completamente di parte) L’avventura su youtube non decolla ancora, sia per carenza di tempo sia per carenza di strumenti. I video presenti sono nati grazie alle richieste dei miei studenti, che mi stimolano continuamente a fornire loro sempre più aggiornamenti. Si spera in un decollo prima o poi (sono fiduciosa!). Vi consiglio di considerare nel canale la playlist dal titolo Materiale didattico che può essere d’aiuto a coloro che ne avessero bisogno.

 

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A presto!

La prof.

Il blog nella didattica

Il termine blog è la contrazione di web log, ovvero “traccia su rete”. Il fenomeno ha iniziato a prendere piede nel 1997 in America e si è successivamente rapidamente diffuso anche in Europa. Il termine weblog è stato creato da Jorn Barger nel dicembre del 1997. La versione tronca blog è stata creata da Peter Merholz che nel 1999 ha usato la frase “we blog” nel suo sito, dando origine al verbo “to blog” (ovvero: bloggare, scrivere un blog). Intorno al 2000 un primo gruppo di pionieri e sperimentatori si è reso conto dell’enorme potenziale dei weblog come sistema per promuovere un nuovo modo di insegnare, conoscere e imparare. In breve tempo innumerevoli esperienze e sperimentazioni hanno preso vita in ogni parte del mondo, coinvolgendo soggetti di tutte le età, alunni di scuola di ogni ordine e grado (dalla scuola materna ai master post universitari), maestri, insegnanti, ricercatori e professori di ogni materia, di corsi in presenza e on line. Esperienze che hanno lasciato un segno, che hanno avuto risonanza e
che hanno mosso molti altri a sperimentare, sono quelle di Peter Ford alla British School di Amsterdam (NL) e di Will Richardson alla Hunterdon Central Regional High School nel New Jersey (USA). L’esperimento di Ford iniziò con un singolo weblog di classe: quella che segue è la traduzione del primo post pubblicato su quel blog che, oltre ad avere un valore “storico”, definisce gli intenti di quel esperimento e rappresenta tuttora un esempio di blog didattico.

Quali sono i blog didattici più seguiti?

1. Didattica Orizzonte Scuola (http://dida.orizzontescuola.it/)

Molto fornito di materiale didattico fornito da parte dei colleghi di varie discipline. I fruitori sono i docenti e non gli studenti, per questo lo consiglierei ai colleghi alle prime armi.

2. La professoressa (http://laprofessoressa.it/)

Meraviglioso! Una professoressa che non ha dimenticato come si sta dall’altra parte della barricata e per questo ha deciso di dare la propria disponibilità a tutti gli studenti che ne abbiano bisogno. Il sito fornisce schede di italiano, storia, filosofia, latino (forse sarebbe meglio inserire tutte le materie scientifiche) e lezioni via skype (al costo di 10 euro). 

3. Risorse didattiche (https://www.risorsedidattiche.net/)

Un vero e proprio database di materiale didattico sia per la scuola primaria sia per la scuola secondaria. Un po’ scarno nella grafica ma è molto agevole e facile nella consultazione grazie ad indici immediati. Sono presenti oltre 10.900 esercizi di inglese da svolgere on line organizzati in 89 categorie diverse fra le quali spiccano 1453 esercizi di matematica in lingua inglese.

4. Didadada (http://www.didadada.it/)

Dedicato ai materiali didattici per la scuola secondaria, ha molte risorse online e molti power point che ogni docente può modificare secondo le proprie necessità. Indicativa e chiara è la conclusione della mission del sito: Tutto l´”artigianato didattico” contenuto in queste pagine può essere liberamente scaricato e utilizzato, aggratis, ma solo per finalità didattiche e senza scopo di lucro. Non può invece essere riprodotto o “trasferito” su altri siti, che sennò ci secchiamo assaissimo.

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A presto con altre novità!

La prof.

 

 

Fermi tutti! Sono arrivate le vacanze

La scuola è finita anche per coloro che sono stati impegnati negli esami di stato, e adesso? Che cosa si fa?

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Quella di Snoopy potrebbe essere  un’ottima idea, ma non dimentichiamo che per ottenere dei risultati personali e non dobbiamo coltivare sempre la nostra mente. “Ma prof. siamo in vacanza, che ci importa della mente? Noi vogliamo andare a ballare, scombinarci e vivere come se non ci fosse un domani”, potrebbero essere le rimostranze di ciascuno di voi  a cui potrei rispondere: “Tranquilli, non vi agitate. Al prossimo falò che organizzerete vengo pure io (approfitto di essere giovane per insegnare loro il divertimento consapevole), ma non dimenticate che a piccoli passi potete costruire il vostro futuro, anche divertendovi!”.

Ovviamente qui lo scetticismo sarebbe dilagante. Allora tocca a me darvi delle dritte:

  • cercate di conoscere quante più persone di lingua e cultura diversa, così migliorerete il vostro inglese;
  • non smettete di leggere: anche le etichette della carta igienica o del gelato, ma leggete. Se avete voglia di leggere sul serio sotto l’ombrellone vi consiglio:
  1. SENZA UN SOLDO A PARIGI E LONDRA – GEORGE ORWELL
    Un altro grande classico che ci porta in viaggio attraverso l’Europa dei primi anni del Novecento con la narrazione di alcuni episodi che hanno segnato la vita dello scrittore.
  2. SULLA STRADA – JACK KEROUAC
    Un viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti degli anni ’50 come testimonianza della beat generation americana tra speranze e delle illusioni di un’intera generazione che si oppone al capitalismo borghese e le sue leggi.
  3. ATLAS- OBSCUSA – JOSHUA FOER, DYLAN THURAS, ELLA MORTON: Un compendio che descrive e ritrae attraverso foto oltre 600 luoghi tra i più bizzarri e misteriosi al mondo. Il libro nasce da un popolare sito web e in tempo di estate e di vacanze, quale libro migliore di questo per viaggiare con la mente tra le tante bellezze che il mondo sa offrire?
  • Divertitevi e siate curiosi di scoprire, lì dove siete, che cosa vi sta intorno. Chiedetevi il perché delle cose e cercatelo.
  • Condividete tutto su internet, non solo bocche a culo di gallina o le discoteche che frequentate, ma quello che vedete e scoprite, pensate a tutti coloro che non hanno la possibilità di andare in vacanza perché impossibilitati. Grazie a voi potranno vedere una capitale europea o il colore della sabbia di una spiaggia.

 

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A presto!

La prof.

Un dialogo socratico oggi

Penultima lezione di filosofia prima delle vacanze di Natale: il programma è stato svolto con successo e il trimestre si è già chiuso da una settimana. Come imparare qualcosa di nuovo in modo originale e con la pretesa di divertirsi pure?

Facciamo un Dialogo Socratico!

In base all’articolo The Structure and Function of a Socratic Dialogue di Lou Marinoff, tratto dal sito http://www.appa.edu Copyright © 1999-2006, American Philosophical Practitioners Association, Inc. All rights reserved si evince che

  1. Che cos’è un Dialogo socratico?
    Il Dialogo socratico è una pratica filosofica comunitaria basata su un metodo formale, ispirato dall’opera del filosofo tedesco Leonard Nelson (1882-1927). In genere, è organizzato all’interno di un piccolo gruppo di persone – tra le 5 e le 10 – (studenti, colleghi di lavoro, appassionati di filosofia, ecc.), guidato da un filosofo che funge da facilitatore. Scopo del Dialogo è ricercare, comunitariamente, una risposta condivisa – per quanto aperta e problematica – ad una domanda di tipo universale (per esempio: “che cos’è la felicità”?, “cos’è l’onestà?”, “come si può volgere in positivo un conflitto?”, “qual’è la natura del dolore?”, “su quali principi dovrebbe basarsi il rapporto tra colleghi?”, “qual è lo scopo dell’educazione?”, ecc.).
    Il “Dialogo socratico” non deve essere confuso con il cosiddetto “metodo socratico” (elenchos) sviluppato ed illustrato da Platone nei suoi Dialoghi. Pur ispirandosi in termini storico-filosofici alla tradizione socratico-platonica, la moderna pratica del “Dialogo socratico” ha proprie peculiarità. Se nei Dialoghi il personaggio Socrate, in molti casi (soprattutto nei cosiddetti “dialoghi aporetici”), aiuta o forza i suoi interlocutori a scoprire le contraddizioni implicite nei loro assunti di partenza, di contro, il Dialogo socratico viene svolto con comunanza d’intenti all’interno di una compagnia di individui interessati e opportunamente motivati a darsi ragione di un concetto generale, attraverso un’accurata indagine di cosa esso sia o non sia.

2. Il metodo del Dialogo
Il metodo del Dialogo socratico dovrebbe essere di per sé tanto gratificante per i partecipanti quanto elevati sono gli obiettivi che ci si propone. Il coinvolgimento di tutti a livello comunitario è determinante per la buona riuscita della pratica. Il gruppo è stimolato a prendere delle decisioni fondate sul consenso, che rappresenta, a differenza di altre più diffuse modalità relazionali, la caratteristica distintiva di questa pratica. Innanzitutto, poiché il Dialogo socratico non è né un dibattito, né una controversia, né una qualche altra forma di competizione dialogica, non prevede né vinti, né vincitori. Non è il singolo individuo, ma l’intero gruppo ad avere successo o a fallire nell’intento di raggiungere una conclusione accettabile in un tempo prestabilito, ed ogni fase di questo processo, ogni obiettivo intermedio è centrato soltanto attraverso il consenso. Si tratta, insomma, di un vero e proprio gioco di squadra, in cui la dimensione comunitaria è fondamentale e fondante. Tant’è che ogni domanda, dubbio, intuizione, osservazione, obiezione o ragionamento offerto da ogni singolo partecipante viene preso in considerazione ed esaminato dall’intero gruppo, fintantoché ciascuno non si senta soddisfatto di quanto deliberato.
Il metodo della ricerca del consenso, attraverso un confronto dialogico autentico ed aperto all’Altro, in cui ciascuno si mette in gioco in prima persona – consenso che porta all’assunzione individuale e collettiva di responsabilità nei riguardi della decisione finale presa dal gruppo sulla questione di partenza – si contrappone, evidentemente, ad altre ben note modalità relazionali di gruppo. Un dibattito, ad esempio, può servire ad esercitare la prontezza di spirito, le abilità retoriche e il potere di persuasione, ma coloro che sono coinvolti nel dibattito si trovano “imprigionati” in un contesto relazionale che li obbliga spesso a vincere o a perdere difendendo tesi che loro stessi avvertono per primi come imperfette, fallaci o, peggio, deleterie. In altre parole, la situazione non consente loro di lavorare sulle imperfezioni o sulle aporie contenute nei loro assunti, mettendo a fuoco tesi ulteriori e progredendo nella ricerca. Una votazione democratica può esser utile a rivelare l’opinione della maggioranza, ma i votanti raramente si interrogano a fondo sull’essenza delle questioni in gioco. E non sempre l’opinione della maggioranza coincide con il miglior argomento o con la migliore soluzione al problema. Una catena di comando basata su una rigida gerarchia, come nell’esercito o nella burocrazia, è utile a far rispettare degli ordini o delle direttive di rilevanza sociale o politica, ma, va da sé, tali ordini o tali direttive non possono essere sottoposte ad analisi, né messe in discussione per esser partecipate. E a prendere le decisioni o ad emanare normative e divieti nella vita accademica o in quella politica sono le cosiddette commissioni, ristretti gruppi di persone precostituiti all’uopo, che sovente – come è noto – sono caratterizzate in negativo da disaccordi interni, acrimonie, scenari da “terzo-uomo”, e altri compromessi insoddisfacenti o finanche nocivi. Difficile meravigliarsi, pertanto, che i metodi applicati per prendere una decisione, in questi casi, tendano a produrre discordia piuttosto che un armonioso accordo, a produrre fazioni e partiti contrapposti piuttosto che condivisione e partecipazione generalizzata, “particolari” in luogo di “universali”. La ricerca della verità è costantemente sacrificata alla logica dell’espediente, del machiavello; il consenso è ostacolato dal continuo, spesso pretestuoso, prender tempo. Tali approcci metodologici evidenziano difetti e lacune incolmabili che producono frustrazione, adattamento forzato, abulia. Al contrario, il Dialogo socratico anticipa il dissenso, concedendogli lo spazio che merita, e attraverso l’esame e il confronto delle varie posizioni alternative, produce infine una forma di consenso che soddisfa i partecipanti.
Il metodo del consenso, dunque, esclude le più comuni e grossolane imperfezioni che caratterizzano le altre forme di relazione. Sono le virtù della pazienza, della tolleranza, dell’attenzione, della meditazione e del confronto civile a prevalere. Ma al contempo vi è modo di lasciar sgorgare e fluire le proprie emozioni, di dar loro corpo smussandone i tratti più taglienti in un contesto allargato di dinamiche relazionali dal sicuro effetto catartico. Nel momento in cui i partecipanti ad un Dialogo socratico entrano nel vivo di tale processo, sviluppando reciprocità e sintonia, iniziano a rendersi conto, pian piano, che questa volta non hanno a che fare con un dibattito, che la polemica non è necessaria, la volontà di prevaricare il prossimo è bandita, non ci sono in gioco elezioni, né gerarchie, né interessi di partito. Si tratta, invece, di una ricerca cooperativa volta all’individuazione di una verità universale, che deve emergere, quanto più possibile, attraverso il lavoro di gruppo. Sotto questo profilo il Dialogo socratico assomiglia al lavoro di studio e di deliberazione che viene svolto in tribunale da una giuria popolare. All’interno di una giuria gli sforzi dei singoli componenti sono volti alla ricerca del consenso, e alla deliberazione finale si giunge soltanto dopo un lungo e complesso dibattimento. I giudici popolari sono tenuti ad esprimersi oltre ogni ragionevole dubbio, dopo aver passato in rassegna, analizzato e soppesato gli aspetti più salienti del caso: lo stesso devono fare i membri della comunità di ricerca, prima di formulare ed articolare una definizione universale, al termine del Dialogo socratico.
Sin qui le analogie. Anche le differenze, d’altra parte, appaiono manifeste: nel Dialogo socratico non si sta giudicando una persona, ma indagando una verità universale. I partecipanti, pertanto, sono legati tra loro da condizioni e norme di natura completamente diversa: non quelle della legge, bensì quelle del discorso razionale. Sarà lo stesso gruppo a presentare le prove e a decidere quale prova è più opportuno passare al vaglio della ragione. Non si presenteranno testimoni esterni alla comunità, ma ciascuno, a tempo debito, sarà chiamato a testimoniare direttamente e a svolgere una disamina della sua e dell’altrui testimonianza. Al contrario di una giuria che formula la sua deliberazione all’interno del consesso processuale senza di fatto avere il potere di emanare la sentenza, il Dialogo socratico produce attivamente sia l’equivalente del processo che del verdetto finale. Sotto questo aspetto, la pratica filosofica è completamente autonoma e fine a se stessa.
Il Dialogo socratico prevede tre livelli (o ordini) di discorso: innanzitutto, il discorso rappresentato dal dialogo in sé e per sé; in secondo luogo, quello strategico intorno alla direzione o alla forma da dare al dialogo; in terzo luogo, il meta-discorso intorno alle regole che lo governano. Il filosofo, in quanto facilitatore, non dà alcun contributo al primo ordine di discorso: si limita semplicemente ad annotare quanto emerge dal dialogo fase per fase, sulla falsariga della struttura prestabilita (vedi sotto). Per quanto concerne il secondo livello discorsivo, quello propriamente strategico, recita comunque un ruolo minimale: giacché gli è consentito, su richiesta, offrire alcuni suggerimenti intorno alle fondamentali strategie da adottare. È nell’ambito del terzo ordine, il meta-dialogo, che esplica attivamente la sua funzione. Si può ricorrere al meta-dialogo in ogni momento, su sollecitazione di un membro del gruppo che abbia bisogno di un chiarimento riguardo alle regole o a qualsiasi altra questione connessa al funzionamento generale del dialogo. Il facilitatore ha la responsabilità di fornire risposte precise e circostanziate a domande di natura meta-dialogica. Gli è consentito, inoltre, interrompere i lavori e dare vita ad un momento di riflessione meta-dialogica, qualora a suo giudizio alcuni passaggi procedurali richiedano ulteriori chiarificazioni. In tal modo, il filosofo-facilitatore assomiglia ad un direttore d’orchestra: non dà un contributo esplicito alla sinfonia, unendo la sua voce al coro strumentale, ma fa risuonare la sua meta-voce nel condurre ed armonizzare la performance complessiva del gruppo.

3. La Struttura del Dialogo
La struttura del Dialogo socratico è tipicamente simmetrica. Può esser paragonata alla forma di una clessidra, più larga in cima e sul fondo e più stretta al centro. Si comincia dalla sommità, prendendo in considerazione una domanda di carattere universale (ad esempio, “che cos’è l’onestà?”). Il tema può scaturire naturalmente dal gruppo, a seconda delle circostanze. Un gruppo di dipendenti ospedalieri, medici, psicologi, infermieri, portantini, per esempio, potrebbe sentire l’esigenza di interrogarsi intorno al significato del dolore o della sofferenza all’interno della struttura sanitaria. Oppure, uno staff di insegnanti porsi la domanda: “che cosa significa formare o educare?”. Quando la domanda non è immediatamente chiara e a portata di mano – il gruppo magari è composto da elementi eterogenei quanto a professione, interessi, cultura – il filosofo-facilitatore sollecita i partecipanti, uno dopo l’altro, a proporre una questione, da scegliere in base alla sua rilevanza o urgenza sul piano personale o sociale. Dopo averle annotate su un taccuino o su una lavagna, le sottopone al giudizio del gruppo affinché deliberi in merito alle varie proposte ed eventualmente le mette ai voti.
Individuato l’universale da sottoporre ad esame, ciascun membro del gruppo è invitato a raccontare un esempio tratto dalla propria particolare esperienza, atto ad incarnare o altrimenti ad illustrare tale universale. Il gruppo può liberamente indagare le varie storie proposte, ponendo, di volta in volta, domande chiarificatrici alla voce narrante. Gli esempi dovrebbero essere portati in prima persona ed avere una forte rilevanza autobiografica. È importante, inoltre, che la narrazione sia breve e concisa (la durata di ciascun intervento va stabilita preliminarmente, cinque o dieci minuti al massimo, a seconda della disponibilità di tempo complessiva), quanto più possibile semplice, lineare e scevra di particolare carica emotiva. Non bisogna dimenticarsi, infatti, che anche gli esempi apparentemente più elementari possono risultare estremamente complessi se sottoposti al fuoco dell’analisi dialogica.
A questo punto, il gruppo è chiamato a scegliere, tra le narrazioni proposte, quella che appare più interessante e significativa per il proseguo del dialogo, ovvero per l’individuazione di una definizione condivisa dell’universale in questione. L’esempio prescelto diventerà il principale veicolo per il successivo processo dialogico. Il suo autore è chiamato ad offrire al gruppo una relazione quanto più dettagliata possibile del caso proposto, che sarà soggetto, passo dopo passo, ad una serie di domande da parte del gruppo, al fine di elaborare e comprendere a fondo il senso della narrazione, in tutti i suoi molteplici aspetti. Il facilitatore ha il compito di trascrivere, paragrafare ed evidenziare ogni passaggio del racconto, cosicché il gruppo possa avere sotto mano una “storia scritta” da poter eventualmente consultare.
Il gruppo è chiamato, quindi, a specificare e delimitare il punto esatto della narrazione in cui l’universale si manifesta e prende corpo. Se la questione in ballo fosse “che cos’è l’onestà?”, in tal caso il gruppo dovrebbe essere in grado di determinare con esattezza il passaggio narrativo che contiene l’idea di “onestà”, le sue eventuali occorrenze, gli elementi narrativi che alludono ad essa e i possibili collegamenti interni.
Procedendo innanzi, il gruppo deve arrivare a dare una definizione di “onestà” che descriva adeguatamente ciò che è stato individuato all’interno del racconto. L’articolazione di tale definizione, sempre ottenuta in maniera consensuale, conduce il gruppo al punto più “stretto” della struttura a clessidra. L’universale da cui si era partiti è stato, per così dire, “particolarizzato”. Si giunge così al punto mediano della struttura concettuale del dialogo – e, grosso modo, a metà della sua scansione temporale complessiva.
Da questo punto in poi il dialogo inizia ad allargarsi. Il lavoro di definizione viene ri-applicato a ciascuno degli esempi precedentemente narrati, trascritti e messi a disposizione del gruppo, ma non ancora elaborati. Se la definizione è davvero universale, allora – per controprova – dovrebbe adattarsi alle varie narrazioni. In caso contrario, occorre apportare le necessarie modifiche attraverso successive rielaborazioni.
Nell’ultima fase, collocata verso il fondo della clessidra, il gruppo cercherà di immaginare eventuali contro-esempi, atti a confutare o falsificare la definizione sulla quale si era precedentemente accordato. Se è il caso, c’è ancora spazio per ulteriori modifiche o ritocchi; altrimenti, il procedimento può dirsi concluso con successo.

4. Come prepararsi per un Dialogo
Per partecipare ad un Dialogo socratico non è affatto necessario essere filosofi laureati, possedere titoli accademici o nozioni più o meno approfondite di filosofia. A rendere affascinante il Dialogo socratico è proprio il fatto che vi possa partecipare chiunque abbia voglia di mettersi in gioco in modo autentico e sincero, e sia disposto a ricercare una verità universale radicandola a fondo nella sua concreta e particolare esperienza di vita. Lo scopo del Dialogo è proprio quello di raggiungere l’universale partendo dal particolare. Ma non è previsto alcun riferimento preliminare alla letteratura filosofica, né occorre esplicitarlo durante lo svolgimento della pratica. La questione posta all’inizio non si affronta citando il pensiero di Nietzsche o di Platone al riguardo, bensì discutendo ed analizzando quanto i membri del gruppo hanno realmente sperimentato in prima persona. Tutti noi abbiamo fatto esperienza e rechiamo insita la capacità di pensare con la nostra testa. In un Dialogo socratico non è ammissibile alcun richiamo a pubblicazioni scientifiche o letterarie: il riferimento all’esperienza di ciascuno è ragione necessaria e sufficiente al fine che ci si prefigge. Nel regno delle arti filosofiche, la sintesi dell’esperienza plurale del gruppo può di fatto arrivare a conquistare un di più di verità – e quindi una più vasta universalità – rispetto alla ruminazione del singolo intelletto, non importa quanto fine e profondo esso sia. Il Dialogo è una sinfonia, non un assolo. Quindi il miglior modo per prepararsi ad esso consiste nel mantenere la mente aperta e nel coltivare la propria disposizione interiore al confronto e alla ricerca, sforzandosi di arricchire il lavoro comunitario con esempi appropriati ed illuminanti (scegliendoli con cura preliminarmente, sempre che l’argomento del Dialogo sia già noto ai suoi partecipanti).

5. Ricapitolando…

La Domanda
Le migliori domande sono quelle espresse nella forma: “che cos’è X?”. Ad esempio le domande: “che cos’è l’onestà?”, “che cos’è la felicità?”, “che cos’è la libertà?”, oppure “che cos’è la giustizia?”, sono decisamente indicate per un Dialogo socratico. Il gruppo è invitato a selezionare la sua domanda il prima possibile, consultandosi, se necessario, con il facilitatore.

Gli Esempi
Una volta che si è scelta la domanda, ciascun membro del gruppo dovrebbe pensare ad un esempio tratto dalla sua esperienza personale che metta in luce o personifichi l’universale che si sta ricercando. Ripeto, un esempio appropriato dovrebbe avere le seguenti caratteristiche: essere concluso, a tutto tondo, in uno ridotto spazio di tempo; la sua narrazione non dovrebbe essere eccessivamente emotiva, sia nella forma che nel contenuto, per non ostacolare la successiva analisi razionale; essere il più breve e semplice possibile; essere portato in prima persona e riguardare specificamente l’universale che si sta indagando, con la disponibilità da parte del narrante di rispondere dettagliatamente alle eventuali domande che il gruppo gli rivolgerà. Per questo, sarebbe meglio che i partecipanti scegliessero in anticipo i loro esempi.

Le Regole generali
Se il facilitatore ha la responsabilità di guidare il gruppo attraverso le varie fasi del Dialogo, ciascun partecipante è tenuto a rispettare le seguenti regole, le sole atte a garantire un’esperienza intensa e gratificante.
1. Esprimere i propri dubbi
2. Ascoltare con attenzione e rispetto gli altri
3. Evitare assolutamente i monologhi
4. Non fare domande ipotetiche
5. Non citare né fare riferimento a pubblicazioni di alcun genere
6. Sforzarsi di mirare al consenso

Criteri per un buon esempio
1. Basarsi sulla propria esperienza personale
2. Narrarlo in un periodo di tempo limitato
3. Narrarlo in maniera non troppo emotiva
4. Breve e conciso
5. Semplice
6. Essere disponibili a rispondere alle domande della comunità

Alcune considerazioni accessorie: spazio, tempi, numero di partecipanti, disposizione del gruppo
Per creare un clima adatto alla riflessione comunitaria, va da sé, è opportuno scegliere una sala sufficientemente spaziosa ed accogliente, né troppo calda, né troppo fredda, al riparo da fonti di rumore eccessive e dal passaggio di estranei.
Elemento di arredo importante (ma non indispensabile) potrebbe essere un tavolo, sufficientemente grande da accogliere i partecipanti, con un numero congruo di sedie.
I partecipanti, in genere, non dovrebbero superare la decina o la dozzina, più il filosofo-facilitatore. Un numero maggiore renderebbe più dispersiva la sessione di Dialogo socratico.
La scansione dei tempi, naturalmente, è un fattore fondamentale. Il facilitatore dovrà far sì che ogni fase del Dialogo rimanga entro i limiti di tempo prestabiliti, informando preventivamente il gruppo ed intervenendo durante i lavori, se necessario.
In genere, si dovrebbe avere a disposizione un orizzonte temporale abbastanza lungo, senza interruzioni di sorta: una giornata di lavoro, mattina e pomeriggio (con un breve spuntino), sarebbe l’ideale. Nel caso si renda necessario dividere il Dialogo in più incontri, le riunioni successive (due o tre) andrebbero fissate il prima possibile. Indispensabile, in tal caso, la sintesi scritta che il facilitatore va compilando durante le varie fasi del Dialogo, che sarà brevemente riesaminata dai partecipanti all’inizio di ciascun incontro.
La disposizione del gruppo dovrebbe essere in circolo, onde facilitare lo scambio dialogico e la comunicazione non verbale.

Sitografia
http://www.filosofare.org/pf/mcd/B6.htm
La comunità di pratica fucina del sapere di Alessandro Volpone
su http://www.filosofare.org
http://www.filosofare.org/pf/orientamento/excursus.htm
Excursus sulle Pratiche filosofiche
http://www.viterbo.edu/analytic/Vol.26%20No.%201/ethics%20in%20dialogue.pdf
ANALYTIC TEACHING Vol. 26 No.156 – Ethics and Socratic Dialogue in Civil Society by Patricia Shipley and Heidi Mason (eds) – Munster, LIT Verlag, 2004, pp. 234 – Review by Sarah Davey
http://www.appa.edu/groupfacil.htm
The Structure and Function of a Socratic Dialogue by Lou Marinoff
nel sito della American Philosophical Practitioners Association
http://www.philodialogue.com/Authenticity.htm
Authenticity: Is it possible to be authentic? An example of Socratic Dialogue, Conway Hall, London October 21, 2000
http://www.sfcp.org.uk/
SFCP – Society for the Furtherance of the Critical Philosophy
http://www.sfcp.org.uk/introduction.htm
The Socratic Method and education by Rene Saran and Barbara Neisser
http://www.friesian.com/method.htm
The Socratic Method, Die sokratische Methode by Leonard Nelson, translated by Thomas K. Brown III
in http://www.friesian.com/
The Project of the Friesian School
http://www.modernsocratic.com/
Sito web della Modern Socratic Dialogue Organization
http://www.pantaneto.co.uk/issue10/vanhooft.htm
Socratic Dialogue as Collegial Reasoning by Stan Van Hooft
http://www.consulentefilosofico.it/pubblicazioni/IL%20FILOSOFO%20PRATICANTE%20UN%20PARADIGMA%20PROFESSIONALE.pdf
Il filosofo praticante: un paradigma professionale dallo studio del consulente ai banchi di scuola di Francesco Dipalo

Bibliografia
• NELSON L., Socratic Method and Critical Philosophy, Dover, New York 1965
• NELSON L., Die sokratische Methode, Vortrag gehalten am 11. Dezember 1922 in der Pädagogischen Gesellschaft in Göttingen, Verlag “Öffentliches Leben”, Göttingen 1929; Vorwort von G. Raupach-Strey in Zusammenarbeit mit der Philosophisch-Politischen Akademie, Weber – Zucht & Co., Kassel-Bettenhausen 1987, Kassel, 19962.
• NELSON L., Gesammelte Schriften, Felix Meiner, Hamburg, 1970
• POLLASTRI N., Il pensiero e la vita, Apogeo, Milano, 2004
• Socratic Dialogue, the Humanities and the Art of the Question Mitchell Arts and Humanities in Higher Education.2006; 5: 181-197
• SHIPLEY P., MASON H., Ethics and Socratic Dialogue in Civil Society, LIT Verlag (Munster) 2004
• SFCP and PPA, Enquiring Minds – Socratic Dialogue in Education, (2004) Trentham Books

cfr: https://francescodipalo.wordpress.com/2011/09/26/struttura-e-funzionamento-di-un-dialogo-socratico/

Imparare ma non da soli!

Un nuovo anno scolastico è alle porte, la voglia di studiare non c’è soprattutto  dopo aver trascorso un’estate di bagordi adolescenziali.

L’unica frase, che è nella testa degli studenti circola, è “Uffa sempre le stesse cose, che palle!” e l’unico pensiero fisso di ogni professore è “chissà cosa accadrà quest’anno? Chissà in quale scuola andrò?”

Insomma il ritorno a scuola è traumatico sia per gli studenti che per i professori. Ma come migliorare la situazione? Solo con stimoli nuovi, che funzionano per gli studenti e allettano i professori. Con questo spirito nasce la nostra iniziativa Impara ma non da solo, videolezioni su diversi argomenti scolastici spiegati in modo diverso rispetto ai soliti metodi convenzionali (cfr. https://youtu.be/EF1f7SsZh6o)

Uno dei motivi per cui ritornare a scuola è funzionale …

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La prof.