Ego tu sum

Quando la parola scritta è l’unico mezzo di comunicazione che hai, il modo in cui condividi i sogni, le speranze, il dolore non cambia, che tu stia usando la penna o la tastiera di un computer. Quelle parole sono la tua àncora di salvezza. E queste sono le mie. Leggile pure, ma ti prego cerca di non fraintendermi: cerca per un momento di indossare i miei abiti, la mie pelle e comprendimi. Mi rendo conto che non posso chiederti questo nel momento in cui le nostre strade si sono separate ma io so che puoi, e chissà se vuoi. Ricorda: io sono te, tu sei me.

Ci sono dei giorni in cui ciò che amo fare mi riempie di gioia e provo gratitudine per quanto ho, per quanto mi appartiene; ci sono giorni in cui mi riconosco, in cui il miglioramento personale a cui auspico è proprio alla mia portata ma le interferenze di quel pensiero ricorrente mi distrae. Non riesco a spiegartelo perché mi mancano le parole. Strano vero? Proprio io, che ho sempre trovato le parole, ora soffro di afasia. Maledetta frustrazione linguistica! Quando pensi e non puoi dire, provi e non puoi far uscire ciò che senti, è sempre colpa della mancanza delle parole.

Le parole sono come fili di un tessuto. Nate per soddisfare certe esigenze espressive e comunicative, esse vengono intrecciate nella trama della lingua, adoperate per un tempo più o meno lungo, e infine abbandonate; in queste vicende, capita anche che la loro tinta sbiadisca, si alteri o venga macchiata. Esse compongono le storie e le storie si possono raccontare. Tremiamo, se necessario, di fronte ad esse ma osiamo guardare la sfera delle possibilità solo per meravigliarci. Ogni parola come il colore di un filo evoca emozioni e ricordi che vanno ben oltre il suo significato concettuale.

Ti ricordi La Boca? Mi portasti lì non appena approdammo in Argentina. Le casupole policrome fatte di “chapa y madera” (latta ondulata e legno) rappresentano lo spiraglio di luce, la parabola dei migranti che per primi lo hanno abitato. Benché la miseria era presente a La Boca, io avevo te e la speranza di migliorare il nostro futuro. Non mi sarei aspettata tanta felicità, misto a così tanto dolore per la mancanza delle nostre famiglie, della nostra terra, dei nostri sapori. “Fortunatì c’ ni ammo a Merica?” mi dicesti una sera di maggio, ed io acconsentì perché ti avrei seguita dovunque.

Non conoscevamo la lingua, non sapevamo dove andare, non sapevamo cosa fare, ma avevamo una sola unica certezza: io sono te, tu sei me. Mi manchi tanto e questo silenzio tra noi, mi fa male. Aspetto tue notizie

Tua Fortunata


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