Uscire dallo stato di minorità

Foto di Jill Wellington da Pixabay

“L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo”.

Immanuel Kant

Risposta alla domanda – Che cos’è l’illuminismo è un testo di Immanuel Kant, pubblicato nel 1783, ovvero tra la pubblicazione della prima edizione della prima critica (1781) e la pubblicazione della seconda edizione della stessa (1787) di poco precedente rispetto al capolavoro della filosofia morale Fondazione della metafisica dei costumi (1788). Che cos’è l’illuminismo è un testo piuttosto agile, la cui lettura richiede meno di un’ora di studio. Tuttavia, essa non è priva di una sua peculiare densità, interessanti spunti filosofici e sottigliezze. Si tratta di un piccolo capolavoro della filosofia kantiana la quale, come poche, esprime i valori dell’illuminismo europeo. Per questo Risposta alla domanda – Che cos’è l’illuminismo è un testo particolare all’interno della riflessione di Kant ma anche della storia della filosofia Occidentale. Questo incipit è denso di concetti e, per essere compreso, va dipanato un poco. Esso contiene in nuce tutta la risposta successivamente declinata.

            Ma cosa significa vivere in uno stato di minorità?

Qualche riga dopo l’autore spiega: «(…) la pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini […] rimangono volentieri minorenni per l’intera vita». E prosegue: «È tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me». A questo punto il discorso già si è fatto chiaro e sono certa che chi legge avrà avuto qualche ‘visione’, una sorta di epifania, pensando a tutte le persone di sua conoscenza che si trovano in questo stato che Kant definirebbe appunto di ‘volontaria minorità’, di disabilità auto-promossa. Molto probabilmente Kant stesso si sarà ricordato anche di sé e di quanto spesso si è consegnato mani e piedi agli altri, senza nemmeno porsi la questione.

            Mettersi nelle mani degli altri è semplice: tanti parenti, amici e conoscenti sono disposti ad occuparsi di noi, quanto meno in certi ambiti! Ne sarebbero così felici! Un genitore che svolge tutte le incombenze del figlio, un docente che fa la versione al posto del discente, un paparino docente universitario che inserisce la figlia tra le fila dei ricercatori del medesimo ateneo, un laureato che scrive la tesi al posto di un laureando, un marito che infila la propria mogliettina a lavorare nell’ufficio comunale. Non solo: pensiamo alle persone che si affidano più o meno completamente a una guida spirituale (sacerdoti, santoni metropolitani, saggi del sud est asiatico, etc) o a un credo politico, gente che parla ma non conclude mai.

A questo punto sorgono spontanee le domande: è sempre un vantaggio lasciare agli altri la possibilità di scegliere al posto nostro? Cosa accade quando sono gli altri ad occuparsi di noi e dei nostri affari? Quando altre persone gestiscono i nostri giorni, a chi attribuire i risultati del lavoro, del benessere fisico, psichico o economico? La vita può darci tante soddisfazioni ma come sappiamo è anche costantemente irrigata dal male che, come insegna la filosofia, non può essere estirpato: tutti viviamo perdite, sofferenze, malattie, delusioni, anche il Presidente dei Presidenti, senza eccezioni e senza sconti. Possiamo provare a vivere in modo epicureo, cinico, stoico, ma non possiamo evitare di vivere sulla nostra pelle sensazioni, sentimenti ed emozioni. Nemmeno vivere sotto una bella campana di vetro può escludere il male dalla nostra esistenza: anche una biro improvvisamente priva d’inchiostro potrebbe darci il colpo fatale.

            La molla che ha fatto scattare in me il desiderio di riflettere su questo tema è stata una frustrazione linguistica. In altri termini quando pensi e non puoi dire, provi e non puoi far uscire ciò che senti, solo per colpa delle parole, quando il tuo stato di minorità è l’incapacità di dirti, di esplicitarti. Le parole sono come fili di un tessuto. Nate per soddisfare certe esigenze espressive e comunicative, esse vengono intrecciate nella trama della lingua, adoperate per un tempo più o meno lungo, e infine abbandonate; in queste vicende, capita anche che la loro tinta sbiadisca, si alteri o venga macchiata. Ogni parola, inoltre, come il colore di un filo evoca emozioni e ricordi che vanno ben oltre il suo significato concettuale. Le parole compongono le storie e le storie si possono raccontare. Tremiamo, se necessario, di fronte ad esse ma osiamo guardare la sfera delle possibilità solo per meravigliarci.

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