Il potere filosofico del cuoricino di Instagram

“Perché questo faccino triste?”

“Eh prof. ho lasciato il mio ragazzo”

“E perché?”

“Perché ha messo un sacco di like a ragazze su instagram”

Cercavo di capire ma non capivo. Perché un quantitativo di cuoricini poteva essere la ragione di una rottura di un amore eterno? L’alunna mi ha però spiegato che dare un cuoricino ad una foto significa dire molte cose, come

mamma mì, Quant sì bell

sii a fin ró Munn

vorrei approcciarti in qualche modo ma non ne ho il coraggio

vedi che sono interessato ma non te lo dico apertamente.

Ha un potere enorme questo ❤️. I suoi significati variano anche dal genere, dall’età di chi li usa. Ecco una magnifica occasione per comprendere in che modo esprimiamo un giudizio.

Che cosa è un giudizio?

giudicare (lett. ant. iudicare) [lat. iūdĭcare, der. di iudex -dĭcis “giudice”] (io giùdico, tu giùdichi, ecc.). – ■ v. tr. 1. a. [assol., esercitare la facoltà del giudizio: essere incapace di g.] ≈ discernere, pronunciarsi, vagliare, valutare, [con presunzione] sentenziare, [con presunzione] (pop.) sputare sentenze. b. [formulare dentro di sé, o esprimere, un giudizio di valore, di merito, di biasimo, ecc., anche assol.: g. una circostanza, una persona; g. dall’apparenza] ≈ stimare, valutare.

cit. Treccani

Perché il cuoricino di Instagram è una forma di giudizio?

Il cuore è il primo elemento che l’utente registrato su Instagram, è lì sotto ogni immagine pubblicata da chi posta, è tranquillo e bianco senza un senso iniziale, ma non appena lo si tocca, si colora di rosso. Comunica un’emozione e ne provoca un’altra: può significare tante cose che possono essere riassunte con indice di gradimento. Indica un gradimento di quanto pubblicato e non un giudizio: si usano i commenti per giudicare (positivamente o negativamente, basti pensare agli emoji con gli occhi a cuoricino, un altro sorridente, uno triste, poi quello meravigliato o divertito).

Perché il cuoricino di Instagram ci aiuta a comprendere Aristotele e Kant?

Secondo Aristotele quando uniamo dei termini tra loro e, mediante la loro unione, affermiamo o neghiamo qualcosa di qualcos’altro, otteniamo la proposizione. Essa esprime l’insieme dei termini dal punto di vista logico-semantico; per esempio, l’unione dei termini “neve” e “bianco” attraverso la copula, significa il fatto che la neve è bianca. Se invece vogliamo cogliere il medesimo insieme dal punto di vista astratto, cioè come un contenuto della nostra mente o un nostro “pensiero”, otteniamo il giudizio, il quale, dal punto di vista linguistico-espressivo, costituisce l’enunciato.

Il concetto da cui parte la riflessione della critica della ragion pura è di diretta discendenza empirista, riguarda cioè l’esperienza. Considerando che ogni conoscenza origina da un’esperienza, bisogna indagare fin dove e come l’esperienza determina le possibilità della conoscenza di cui noi possiamo essere capaci. L’interpretazione che la filosofia ha dato dell’esperienza in passato, sostiene Kant, si è basata sempre su un assunto in particolare, per il quale se è vero che l’esperienza è il fondamento della conoscenza, vi è comunque un sostrato di leggi immutabili che in un certo qual modo si rende indipendente dall’uomo e dai limiti della sua esperienza. In alternativa a questa convinzione si è proposta l’idea che tutto potesse scaturire dall’esperienza. Così facendo le scienze hanno ragionato alternativamente secondo due tipi di giudizi:

  1.  giudizi analitici a priori (propri dei razionalisti) che si basano sul principio di non contraddizione e che esprimono già nel soggetto il predicato. Un esempio di giudizio analitico a priori è: i corpi sono estesi. Tale giudizio, pur essendo universale, non ci dice nulla di nuovo sui corpi e sulle loro proprietà visto che l’estensione di per sé è già una caratteristica che appartiene al concetto di corpo. Per tali giudizi non c’è bisogno di convalida empirica; la loro validità è tutta fondata sulla ragione;
  2. giudizi sintetici a posteriori (propri degli empiristi) che si basano sull’esperienza
    (essendo a posteriori). Tali giudizi legano un predicato ad un soggetto da definire basandosi sull’esperienza: un esempio è “i corpi sono pesanti”. Questo tipo di definizione ci dice cose nuove del soggetto, ma, derivando dall’esperienza non può aspirare all’universalità (nel caso dell’esempio citato il concetto di pesante non può essere applicato a tutti i corpi in generale).
    A questi due tipi di giudizi Kant ne affianca un terzo tipo che sintetizza i due aspetti (razionalismo ed empirismo) che caratterizzano i primi due tipi di giudizio.
  3. Si tratta dei giudizi sintetici a priori. Tali giudizi sono a priori, quindi non derivano dall’esperienza, e determinano alcune caratteristiche generali dei soggetti particolari, motivo per cui sono universalizzabili; contemporaneamente, però, aggiungono nel predicato qualcosa di nuovo che non era contenuto nel soggetto. Un giudizio di questo tipo è: tutto quello che accade ha una causa.

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