Eco intervista Pitagora

Grazie alla metempsicosi, uno studioso del XX secolo può intervistare Pitagora, redivivo in seguito all’ennesima reincarnazione. Autore dell’intervista immaginaria è Umberto Eco, che si diverte a incalzare Pitagora sugli aspetti fondamentali della sua vita e delle sue dottrine. Ecco la prima parte dell’intervista, che si svolge in un luogo imprecisato dell’Italia meridionale

Eco – Buongiorno Maestro.
PITAGORA – Salute e armonia a te.
Eco – Pitagora … Mi dà una certa emozione pronunciare questo nome, che fu sacro a molti, poiché Lei, Maestro, fu tenuto dai suoi discepoli in conto di divinità…
PITAGORA – Non a torto.
Eco – Vedo. Ragione di più… Dicevo: una certa emozione. Ma mi chiedo se per molti altri che ci ascoltano il suo nome non evochi soltanto memorie ingrate: la tavola pitagorica, il teorema di Pitagora…
PITAGORA – Perché ingrate? Si tratta di due piccole applicazioni, e mi turba quanto tu dici, che per molti la mia fama si sia identificata con questi artifici secondari. Ma anche in essi risplende l’armonia sublime del numero. Pensa alla tavola: una matrice elementare da cui puoi generare tutti gli sposalizi possibili tra numero e numero, dati una volta per tutte, senza tema di errore, perché la regola di questo quadrato magico è la stessa che regola l’armonia dell’universo, dal cerchio più ampio delle sfere celesti agli abissi dell’infinitamente piccolo.
Eco – La capisco, Maestro. Il suo pensiero è stato così semplice e limpido, che ancora oggi molti lo confondono con quattro banali regole di calcolo ad uso dei geometri o dei contabili.
PITAGORA – Noto una sfumatura di disprezzo nel modo in cui dici “geometri” e “contabili”. Vi è forse occupazione più nobile di quella di coloro che misurano le mirabili simmetrie degli spazi o che moltiplicano, sottraggono, dividono e assommano i numeri?
Eco – No certo. Ma è che ai giorni nostri… Ma è difficile da spiegare, non so se Lei può cogliere… Mi chiedo anzi come non sia stupito di trovarsi qui, di fronte a me, a tanta distanza di tempo dai giorni in cui visse, in un mondo così incommensurabilmente diverso.
PITAGORA – Ti prego, uomo ingenuo! Tu stai parlando con Pitagora. Tu sai che la mia anima ha trasmigrato in molti corpi; tu sai che un tempo fui l’eroe Euforbo e che vedendo, secoli dopo, il mio scudo nel tempio di Apollo, lo riconobbi, e piansi. Il corpo, vedi, è come una tomba che trattiene il nostro spirito e 1o sottopone a numerose schiavitù; ma in esse vi è il principio della purificazione purché tu sappia piegare questo corpo al silenzio, all’astinenza, alla pratica del sacrificio, così che la mente possa librarsi nelle delizie della contemplazione. E dopo che di corpo in corpo avrai terminato il tuo cammino di redenzione, potrai contemplare, come ora a me accade, l’armonia del cosmo, e l’ammirevole concatenarsi dei tempi, così che il tuo presente non mi è cagione di gran stupore, come non ne fu il passato, entrambi derivando dalla calibrata e molteplice danza dei cicli cosmici. Ai tempi miei ho visitato l’Egitto, dove vi appresi i misteri coltivati da quei sacerdoti, e la Persia, e le Gallie, e Creta. Come vuoi che mi stupisca e riesca nuovo il tuo mondo?
Eco – E dopo questi viaggi, all’età di quarant’anni, Lei emigrò sulle coste italiche, a Crotone. Eravamo nel sesto secolo avanti Cristo. E qui Lei fondò la sua scuola. Adorato dai suoi discepoli (dicevano persino che Lei, divino, avesse un femore d’oro), accettavano una disciplina rigidissima, e solo gli eletti erano ammessi alla conoscenza dei misteri superiori della sua dottrina. Una comunità di tipo monastico, diremmo oggi, che ha prodotto pensatori che han diffuso le sue teorie in tutto il mondo antico. Cosa insegnava, Maestro, ai più fidi tra i fidi, laggiù a Crotone?
PITAGORA – Il numero, sostanza di tutte le cose.
Eco – In che senso, sostanza?
PITAGORA – Avrai sentito parlare di quei primi filosofi naturali che cercarono la spiegazione dei fenomeni del mondo non nell’immagine mendace degli dei, ma nel principio primo. Non erano sciocchi, avevano capito che conoscere significa trovare un unico principio che spieghi l’origine, il divenire e l’organizzarsi di tutte le cose esistenti. Solo che la loro mente era debole, la loro fantasia pesante, e cercarono questo principio primo negli elementi fisici, l’acqua, l’aria, il fuoco. Fui io che per primo compresi che il principio e la norma delle cose erano una sola forza, e questa forza era una forza matematica. Sono i principi matematici che regolano la vita dell’universo, che ne sono origine, legge, motivo di sussistenza e ragione di bellezza. Il numero è la sostanza delle cose.
Eco – Ma cosa significa questo. Che le cose sono numeri? O che le cose imitano i numeri? O che le cose sono regolate da numeri?
PITAGORA – Tu mi chiedi troppo. Alcuni hanno dovuto vivere all’ombra della mia verità per tutta una vita, per capire. E non sempre hanno capito. Al massimo hanno ripetuto. Dicevano, delle mie parole: “Autòs èfa – Ipse dixit – Lo ha detto il Maestro, non si discute.” E nell’obbedienza, nell’umiltà, nasceva la conoscenza. E tu vuoi che di colpo ti sveli la verità? Piuttosto, guarda questa figura.
Eco – La conosco… E la Tetraktys, il triangolo magico composto di punti. Tre lati, di quattro punti ciascuno, e un punto al centro, così che sembra anche composta di quattro file di punti, una di quattro, una di tre, una di due e una di uno.

PITAGORA – E in essa, se saprai capire, già ti sorride la verità del numero. Uno più due più tre più quattro uguale a dieci. Un punto al centro, origine di tutti gli altri. Quattro punti ai lati, quattro, il numero della perfezione, della forza, della giustizia e della solidità. Tre serie di quattro punti formano il triangolo equilatero, simbolo di eguaglianza perfetta. La somma dei punti dà dieci, e coi primi dieci numeri puoi esprimere tutti gli altri infiniti numeri che abitano nell’universo. E se guardi il triangolo dal vertice alla base, ecco che il numero dei punti ti mostra, alternati, il pari e il dispari. Il pari, simbolo dell’infinito, perché non potrai mai identificare in una linea di punti pari il punto che la divida in due parti uguali. Il dispari, dotato di un centro che separa due metà sempre uguali. E l’uno, infine, numero pari e dispari a un tempo, origine sia dei numeri dispari che dei pari, che con la sua sola presenza può rendere pari il dispari e dispari il pari. Non vedi, uomo, in questo simbolo elementare, tutta la saggezza dell’universo, tutte le leggi matematiche che fanno il mondo?
Eco – Sì, in astratto… Ma gli oggetti fisici?
PITAGORA – E cosa sono gli oggetti fisici, da dove credi che traggano la loro consistenza se non da una diversa disposizione spaziale e numerica dei loro elementi infinitesimali? Se il fuoco serpeggia così rapido, e punge e penetra, è perché dalla generazione dei triangoli elementari si generano corpi solidi in forma di piramide, che appunto punge e penetra. Mentre gli altri elementi saranno formati da ottaedri, icosaedri e dodecaedri. E questi, che regolano la vita infinitesima del microcosmo, sono i principi del macrocosmo, che regolano il cammino delle sfere celesti e la rotazione dei pianeti.

[U. Eco, Pitagora, in Racconti matematici, a c. di C. Bartocci, Einaudi, Torino 2006, pp. 245-249]

1 Quali meriti Pitagora riconosce a stesso? (max 2 righe)
2 In che senso Pitagora considera il numero sostanza di tutte le cose? (max 2 righe)

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