Hegel e Battisti cosa hanno in comune?

Due personaggi diversi, eppure con cose in comune?

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Hegel e Lucio Battisti hanno in comune una canzone:

Hegel – Battisti

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nasce il 27 agosto 1770 a Stoccarda, capitale del ducato del Wuerttemberg. Dopo aver compiuto studi regolari, approda, sempre nella sua città natale, in un istituto di carattere umanistico-religioso, dove si dimostra uno scolaro modello; prende anche lezioni private di geometria, astronomia e agrimensura da un colonnello d’artiglieria. Ma che cosa vuol dire Lucio Battista nella sua omonima canzone?

HEGEL

Ricordo il suo bel nome: Hegel Tubinga
ed io avrei masticato
la sua tuta da ginnastica.

La storia va avanti ricordando i suoi anni trascorsi all’Università di Tubinga. Il giovane Hegel si iscrive nel 1788 per studiarvi teologia, dividendo il suo alloggio con Holderlin e Schelling, ossia rispettivamente uno dei più grandi poeti della Germania e di un altrettanto grande filosofo. **

Il nome se lo prese in prestito dai libri
e fu come copiare di nascosto,
fu come soffiare sul fuoco.

Come le celebri lezioni di Hegel, docente alla cattedra universitaria di Berlino, raccolte e trascritte segretamente dai suoi ex allievi. Sta di fatto che quella che noi chiamiamo Estetica è la rielaborazione di un discepolo (Hotho) basata sugli appunti raccolti dalla viva voce di Hegel, ma anche con delle aggiunte ritenute necessarie per rendere leggibili quelle pagine. Il trattato venne dato alle stampe da Gustav Hotho nel 1835, solo dopo la morte del grande filosofo.

Cataste scolastiche: perché?
Quando tutto è perduto non resta che la cenere e l’amore;
e lei nel suo bel nome era una Jena.

Jena ,è ancor oggi una piccola città della Germania dell’Est, molto bella e moderna, concentrata tipicamente per studenti universitari. Hegel per ottenere l’abilitazione all’insegnamento, vi soggiornò per un lungo periodo, dal 1801 al 1807. Fu qui, che conobbe l’unico amore della sua vita, Charlotte, sua affittacamere e governante, dalla quale ebbe un figlio. Ma il drammatico susseguirsi degli eventi politico-militari, fecero ben presto precipitare la situazione: le inarrestabili guarnigioni napoleoniche avevano preso il cuore della città, piegando il fiero orgoglio teutonico. Sotto il fuoco delle armi, Hegel fu costretto ad abbandonare il tetto dell’amata per riparare altrove.

Chi di noi il governato e chi il governatore
son fatti che attengono alla storia.
Chi fosse la provincia e chi l’impero

La Fenomenologia dello Spirito è una tra le opere più importanti nella storia della filosofia moderna classica. Nella descrizione del processo che porta il soggetto verso la verità, Hegel illustra le due celebri figure del servo e del padrone, secondo il quale, il padrone, una volta raggiunto il suo scopo, non ha più bisogno di affermarsi, mentre lo schiavo deve autoaffermarsi molto lentamente attraverso il proprio lavoro. Il padrone però, non riuscirà più a fare a meno del servo, il quale costruisce gli oggetti di cui egli ha bisogno. Dunque la subordinazione si rovescia. Il ribaltamento dialettico hegeliano trova una sua perfetta sintesi nella teoria che anche il padrone è servo e anche il servo è padrone. Ma in queste frasi sibilline di Panella (autore della canzone), sembra celarsi allo stesso tempo il triste epilogo: anche la Prussia come tutta l’Europa dovette inchinarsi allo strapotere di Napoleone.

Erano gli esercizi obbligatori estetici,
le occhiate di traverso, e tu guardavi indietro;
c’eravamo capiti, capiti all’inverso.

Si torna ancora a citare l’opera di Hegel con le lezioni di estetica e le varie visioni del mondo, ma nello stesso tempo della conoscenza sulla funzione insopprimibile della contraddizione come legge di sviluppo della realtà, e non come semplice negazione. La logica hegeliana si contrappone alla logica tradizionale, fondata sul principio di identità e di non contraddizione. Il grande filosofo mette in discussione il principio di non contraddizione tra due poli., secondo il quale la possibilità che una cosa si muti in una cosa diversa, risiede proprio all’interno della cosa stessa. All’interno delle cose esiste questo rapporto di contraddizione tra lo yin e lo yang. Lo yin e lo yang sono uniti ed al tempo stesso in lotta. La teoria hegeliana, per conseguire l’unità di opposti, si basa sulla convinzione dell’uno bisognoso dell’altro per realizzarsi: da ciò consegue che la realtà si attua in un processo dove termini opposti si negano reciprocamente e si integrano in una nuova e più ricca unità.*

Ci diventammo leciti per questo.
D’altronde, d’altro canto.
A volte essere nemici facilita.
Piacersi è così inutile.

Un “opposto”, è tale in quanto non è solo se stesso, ma allo stesso tempo altro: A è non A e viceversa. La conclusione di Hegel è che il negativo è insieme anche postivo e tutte le cose sono in se stesse contradditorie.**

Un bacio dai bei modi grossolani
sfuggì come uno schiaffo senza mani.

Un bacio non dura che un istante ma il suo significato è infinito. Simbolicamente rappresenta un incontro tra gli opposti, e ci offre l’opportunità di affrontare e riconoscere l’altro in quanto altro. E’ l’inizio del superamento conflittuale, in cui cominciamo la scoprire la natura profonda e familiare del Sé, attraverso il confronto e il riconoscimento dell’Altro.*

Talmente presi ci si rese conto
d’essere un’allegoria soltanto quando
ci capitò di dire, indicando il soffitto col naso,
di dire “Noi due” e ci marmorizzammo.

Una metafora sulla difficoltà comunicativa tra due opposti – come qui si potrebbe arguire – è sottintesa nell’opera di rinnovamento compiuta da Battisti e Panella, e che il fruitore non sembra accettare assolutamente. Di fronte a questo ermetismo il grosso del pubblico si è rifiutato di varcare la fatidica soglia, non ha capito la portata innovativa introdotta dai due artisti. Davanti a questo scoglio di non ricezione l’armonia degli opposti è venuta meno, non si è verificato un’ ideale sintonia tra le parti. I due poli si sono quindi pietrificati, l’uno di fronte all’altro, come una allegorica visione di stalattiti e stalagmiti negli anfratti di una grotta.

La corda tesa, amò l’arco
e la tempesta la schiuma,
il cuore amò se stesso,
ma noi non divagammo.

L’armonia è la sintesi perfetta indispensabile per creare l’unità nella diversità e arrivare al nostro vero essere. Eraclito sosteneva: gli ignoranti non sanno che ciò che è differente, concorda con noi stessi, dato che l’armonia dei contrari equivale all’armonia dell’arco e della lira. La bellezza è come un fulmine, la bellezza è tensione, è il mantenimento degli opposti. L’arco e la lira sono stati visti da Eraclito come esempi di un equilibrio di forze che proprio la loro opposizione tiene insieme: un arco funziona fin tanto che la struttura data dal contrasto e dalla tensione degli opposti regge. Il pensiero di Hegel si accosta ad Eraclito per quanto riguarda la visione dell’armonia dei contrari : non c’è tempesta senza quiete, non c’è vita senza morte, non c’è bianco senza nero…

L’animo umano è nulla se non
una pietra da scalfire ricavando
i capelli e il suo bel piede.

Il carattere peculiare della filosofia hegeliana fu quello di affermare la razionalità della storia. Mentre l’eredità del pensiero greco fu quella di cogliere la ragione nella natura, Hegel ha cercato di riconoscere la stessa razionalità anche nel campo della storia. La sua tesi fu che anche nella storia dell’uomo, dove nell’apparente caos delle vicende umane, si manifesta una razionalità analoga a quella presente nella natura.*

Era la collisione, il primo scontro epico,
perché non scritto ma cavalcato a pelo,
ed ognuno esigeva
la terra dell’altro,
le mani, la terra, la carne, il terreno.

Il rombo dei cannoni coincise con la stesura finale della Fenomenologia dello Spirito. Il giorno prima della carneficina di Jena del 14 ottobre 1806 – una battaglia epocale che costò un numero spaventoso di vite – Hegel si confida privatamente, con una lettera indirizzata all’amico Niethammer, di aver visto sfilare per le vie della città, quel Napoleone a cavallo, da lui considerato come il “punto” in cui si concentra ” l’anima del mondo” che “s’irradia per il mondo e lo domina”, ovvero colui che doveva reggere il mondo, colui che rovesciando il vecchio, doveva regolare il nuovo, promulgando costituzioni e codici legislativi. Ma si sbagliava.
Da lì a poco, il 10 dicembre 1812, in una gelida giornata d’inverno, Napoleone giunse in slitta a Varsavia con 10.000 uomini dalle divise lacere ed in preda alla fame. Era quello che rimaneva dei 600.000 dell’invincibile armata e l’inizio della sua inarrestabile caduta. L’epopea di Napoleone segnò una profonda inquietudine intellettuale in Europa. Non è dunque eccessivo dire che ancor oggi la storiografia risente di quell’evento epocale e di quel mito. Il destino però si diverte alle spalle degli uomini, è sempre in agguato, bastava un niente per cambiare il corso della storia. Se Bonaparte non avesse intrapreso la campagna di Russia, probabilmente il mondo oggi non sarebbe questo. Tutto passa, passano le guerre, ritornano al trono monarchi e presidenti, passano le mode, tutto cambia, tutto … tranne la canzonetta ! Lei no, è rimasta immutata nel corso dei secoli, sempre uguale a se stessa. Davanti alle spallate messe in atto nella storia per demolire il suo mito presso gli uomini, ne è sempre uscita indenne.

( Nozioni dal trattato di filosofia di Ernesto Riva *)
( Nozioni dal libro ” Dieci canzoni per te ” di Francesco Marchetti **)

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